Il “complottismo” serve al sistema?

George Orwell, nel suo romanzo tragico “1984”, preconizza un mondo diviso in tre aree geopolitiche caratterizzate, ciascuna, da un sistema sociale sostanzialmente simile a quello delle altre, in cui ogni individuo rappresenta una sorta di cellula all’interno di un organismo gigantesco, un substrato di qualcosa che lo trascende e lo determina in ogni sua azione. “Il tutto” che aprioristicamente e logicamente precede “la parte”, secondo il classico schema della filosofia hegeliana.
Il punto centrale ed agghiacciante, anche se apparentemente solo sovrastrutturale, del mondo immaginato dal genio inglese, è rappresentato dalla guerra, il vero elemento equilibratore, sia all’interno di ciascuno dei tre sistemi dittatoriali, sia nel mantenimento dei rapporti tra quelli. La guerra, infatti, consiste in un conflitto perpetuo – che non deve avere mai termine – il cui obiettivo non è quello di determinare la vittoria di una, o due, delle contendenti, ma quello di servire da nutrimento a se stessa, in una perenne rigenerazione degli elementi che la costituiscono, con il duplice scopo di spossare fisicamente e psicologicamente i cittadini dei singoli imperi, da un lato, e di tenere i loro intelletti lontano da un pericoloso esercizio di critica del sistema in cui vivono, dall’altro. Non è importante chi sia il nemico – che, non a caso, può cambiare da un momento all’altro senza che nessuno se ne accorga – ma che ci sia una guerra per mezzo della quale sperperare volutamente quel surplus di produzione economica col fine di mantenere gli individui in quel continuo stato di indigenza e tensione su cui si basa il sistema stesso.

L’evento più esemplificativamente e grottescamente tragico della trama si prefigura nei cosiddetti “due minuti d’odio”, una sorta di momento d’evasione in cui i cittadini vengono radunati davanti ad uno schermo che trasmette improbabili e paradossali scene di guerriglia organizzate dai presunti nemici, per indurli a sfogare tutto quell’eccesso di rabbia e libido, accumulate in una quotidianità inibente ogni forma di libertà, in un esercizio d’odio furibondo contro quel mondo virtuale che viene loro presentato. Come se il loro stato di cittadini fosse determinato dalla barbarie di quei nemici e dalla guerra conseguente.
E’ evidente, fino ad ora, l’analogia che ho voluto suscitare tra questa situazione romanzesca e il nostro mondo reale che sembra vivere in un perenne conflitto tra sistemi apparentemente inconciliabili. La similitudine, col mondo orwelliano, in quella volontà di indurci ad attribuire ad un nemico la nostra situazione sociale ed economica, le nostre frustrazioni e le nostre paure; in quello sperperare l’eccedenza di produzione industriale allo scopo di mantenere in perpetuo l’attuale sistema di distribuzione capitalistico. E, ancor più sottile, quella analogia tra “i due minuti d’odio” nell’Oceania di “1984” e l’odio profondo, carico di una rabbia indicibile, suscitato in noi dagli attentati terroristici del “nemico” che appaiono creati ad arte, perfino nella cadenza con cui si manifestano.
Tuttavia, ho il forte sospetto che il sistema reale in cui viviamo abbia saputo sviluppare una capacità di influenzare il popolo ben più sottile di quella immaginata da Orwell. Mi sembra, infatti, che il nostro mondo abbia tenuto conto dei meccanismi più complessi e profondi che caratterizzano la nostra psiche, che vanno ben oltre quelle pulsioni animalesche che necessitano di uno sfogo. Nella psiche umana esiste – o, comunque, si è radicato col tempo – un istinto all’analisi, al ragionamento, all’intreccio che, come tutti gli istinti vuole una sua soddisfazione, una sua via d’uscita, che sia per strade normali o perverse non ha fisiologicamente alcuna importanza. Ho la netta impressione che il sistema abbia colto questa impellente necessità, aumentata a dismisura in quest’epoca della comunicazione di massa, ed abbia trovato il modo per soddisfarla in maniera produttiva e non distruttiva per il sistema stesso. Una via d’uscita perversa, ovviamente, se è vero, come è vero, che un sano esercizio intellettualistico indurrebbe ad una pericolosa analisi del mondo in cui si vive. La via d’uscita era già a portata di mano ed ampiamente utilizzata per questioni psicologiche secondarie: è il voyeurismo, quel perverso desiderio di guardare le cose dal buco della serratura, per avere una visione volutamente parziale e falsa della realtà, allo scopo di costruirsi, ogni giorno, un proprio nemico virtuale. Non potrebbe consistere in ciò, mi chiedo e vi chiedo, questo diffondersi dell’idea del complottismo?! …..E non potrebbe essere un serio indizio, in tal senso, il fatto che questo “complottismo” venga così diffusamente propagandato dal sistema stesso attraverso i suoi media?! ….Non potrebbe rappresentare questa smania complottistica – mi chiedo mentre mi si raggela il sangue nelle vene – una versione più sottile e acuta di quei “due minuti d’odio” escogitata dal sistema reale?!

P.S. A proposito di quell’istinto voyeuristico e del suo sfruttamento, prego di guardare il mio video: https://www.youtube.com/watch?v=ZlKGqujAFj8

Giuseppe Albano

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