BERTRAND RUSSELL E LA SANA DIVULGAZIONE

Chiunque abbia letto con sguardo sufficientemente profondo l’ormai mitica “Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell avrà notato come quest’opera rispecchi i canoni classici dell’esposizione divulgativa e si allontani parecchio da quell’idea, che la divulgazione ha assunto negli ultimi tempi, seguendo la quale sembrerebbe che il rendere accessibili al vasto pubblico teorie filosofiche e scientifiche debba corrispondere ad una semplificazione e banalizzazione dei concetti stessi. In questo modo si stanno creando tanti ignari fruitori di scienza e filosofia quanti sono quelli, altrettanto ignari, che usufruiscono dell’uso del computer.
Bertrand Russell si allinea alla posizione del suo contemporaneo Albert Einstein il quale, nella prefazione alla propria volgarizzazione della teoria della relatività generale, afferma che «la sua lettura presuppone una certa maturità di cultura e, malgrado la sua brevità, non poca pazienza e forza di volontà nel lettore ………….Credo di non dover celare al lettore le difficoltà che giacciono al fondo delle cose».
Tornando all’opera del grande logico inglese, voglio sottolineare alcuni aspetti fondamentali che la rendono conforme alla reale divulgazione e altri che la rendono unica nel suo genere. La prima cosa che mi ha colpito di questa storia della filosofia è il fatto che Russell non si comporti in maniera asettica e neutrale rispetto ai sistemi filosofici che espone nel corso del suo viaggio dagli antichi fino ai suoi giorni. Al contrario, egli si comporta come se ne fosse personalmente coinvolto, con tutto quel bagaglio di idee e concetti che sono alla base del suo “sistema” logico. L’opera, conseguentemente, prende forma attraverso un continuo raffronto tra il pensiero dei grandi filosofi e quello di Russell, prefigurandosi, in tal modo, non solo come una mera storia della filosofia ma, contestualmente, come un’esposizione dei principi della sua logica. L’aspetto, all’interno di questa scelta, che maggiormente mi ha colpito è il fatto che Russell si comporti nella piena consapevolezza di essere un titano al confronto con altri titani. Egli si mostra finanche irriverente con alcuni di essi, arrivando ad affermazioni che potrebbero suonare persino offensive in relazione alla grandezza dei personaggi trattati, e alquanto indisponente in certe divulgazioni di filosofie che, per sua stessa ammissione, non ha potuto conoscere in profondità, come in quella celebre quanto maldestra esposizione del pensiero di Nietzsche. Ma è proprio questo taglio personalistico, irriverente e impregnato di ironia inglese che rende quest’opera profondamente umana e viva al cospetto di quello sterilizzato e scheletrico modo di presentare i concetti che caratterizza l’insegnamento nelle scuole e nelle università. Russell, inoltre, pur nella consapevolezza dei limiti teorici e tecnici in cui si sono sviluppati i vari pensieri filosofici nel corso della storia, non disdegna di metterne in evidenza quegli aspetti erronei che si palesano al netto delle limitatezze delle epoche in cui si svilupparono, facendoci avvertire, così, la storia dell’umanità come un percorso non deterministico. La sua storia della filosofia si presenta, dunque, non come una fredda esposizione di concetti ed idee che si sarebbero succedute alla stregua, ad esempio, delle varie ere geologiche, ma come una sorta di dibattito interno al genere umano, tra un desiderio di conoscere, una capacità di difendere i propri domini e una volontà di far emergere dall’uomo ciò che lo può nobilitare.
Emblematica, rispetto a tutto quello che ho finora detto, è la critica senza appello che egli fa ad Aristotele sul concetto di sostanza che ha sviato per secoli gli intellettuali dai principi realmente fondativi della logica. Il concetto di sostanza, infatti, si basa sull’idea che ad ogni “cosa” da noi conosciuta corrisponda un “in sé”, un elemento essenziale che rappresenti “quella cosa” indipendentemente dalle proprietà e dai modi di manifestarsi che la caratterizzano, appunto, come “cosa”. Magistralmente, Russell spiega come una “determinata cosa” non possa esistere senza le proprietà che la caratterizzano, che senza queste ultime non esisterebbe nemmeno. Ogni “cosa” è un tutt’uno con le sue proprietà. Il fatto di separare “un cosa” da se stessa, ovvero, dalle sue proprietà, e vederla così nella duplice veste di “sostanza della cosa” e “proprietà della cosa stessa” deriva dalla nostra abitudine nell’usare il linguaggio all’interno del quale, infatti, i predicati sono separati dai soggetti a cui si riferiscono. Ecco come si esprime Bertrand Russell:

«Non possiamo trattare il concetto di “sostanza” senza cadere in difficoltà, se vogliamo considerarlo in modo serio. Si suppone che una sostanza sia il soggetto di determinate proprietà e sia qualcosa di distinto dalle sue stesse proprietà. Ma quando togliamo la proprietà e tentiamo di immaginare la sostanza in se stessa, troviamo che non rimane nulla. …….Due sostanze quindi devono essere semplicemente due, senza essere in se stesse distinguibili in nessun modo. Come possiamo allora scoprire che sono due?!
“Sostanza”, in realtà, è soltanto una maniera comoda di riunire gli eventi in varie maniere. Cosa possiamo sapere del Signor Smith? Guardandolo, vediamo una figura a colori; ascoltandolo parlare, udiamo una serie di suoni. Crediamo che, come noi, abbia pensieri e sentimenti. Ma che cos’è il signor Smith, al di fuori di tutte queste circostanze? Un gancio immaginario da cui si suppone che pendano le circostanze stesse. Queste non hanno in realtà alcun bisogno di un gancio più di quanto la terra abbia bisogno di un elefante per appoggiarvisi. …….”signor Smith” è un nome collettivo per un insieme di circostanze. Se lo consideriamo qualcosa di più, “il signor Smith” indicherebbe alcunché di completamente inconoscibile e quindi non utile ad esprimere ciò che sappiamo.
“Sostanza”, in una parola, è un errore metafisico dovuto al trasferimento alla struttura del reale della struttura delle frasi composte di un soggetto e di un predicato».

Giuseppe Albano

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