UN FILOSOFO HA BISOGNO DEL CURRICULUM?!

Un filosofo, per essere tale, o meglio, per essere considerato tale, deve avere un curriculum?! …..Per potersi sentire capace di indagare nell’intimo della realtà, di cogliere quegli elementi che sono al di sotto dell’apparenza, del convenzionale, i profondi disagi dell’uomo, le sue più inaudite esigenze morali, deve aver compiuto un determinato percorso accademico e professionale?! ….Deve, insomma, un filosofo – o presunto tale – trovarsi, nel suo tentativo di aprirsi un varco nelle mura della conoscenza, nelle stesse condizioni di un ingegnere che cerchi di bussare alle porte di un’azienda?!
La domanda è più seria di quanto possa sembrare ed anche alquanto lecita se si pensa che, il più delle volte, come quando si cerca di pubblicare un libro o entrare a far parte di una comunità filosofica contemporanea, ci si sente porre proprio quelle stesse domande da “ufficio di collocamento”: “lei chi è?” …..”quali sono i suoi studi?” ……”i suoi attestati?” ……”i suoi libri già scritti?” – Oggi, paradossalmente, per vedersi pubblicare il primo libro, bisogna già averne scritti altri! -. Insomma, ci si vede posti di fronte alla fatidica domanda: “dov’è il tuo curriculum?”
L’indagatore che cerca di andare oltre il convenzionale si trova, dunque, di fronte a quanto di più convenzionale possa esistere in una società fondata sulla specificità del lavoro. Il pescatore dell’universale si trova imbrigliato proprio nella rete di quello stesso particolare che cerca di risolvere e che il mondo contemporaneo ha gettato sugli individui perché essi appaiano e siano sistemati come ingranaggi di una macchina totalizzante. La questione, così, si fa più seria di quanto potesse apparire all’inizio. Da una semplice contestazione di tipo psicologico siamo giunti ad una guerra tra due assolutismi: il librarsi del filosofo nel cielo dell’universale e lo schiacciante peso di una società che particolarizza: proprio una questione filosofica!
Anche il semplice porsi, dunque, la domanda se l’essere filosofi richieda particolari titoli si presenta come una questione filosofica. Una questione che ha i tratti del paradosso e della tautologia, al punto che ci si potrebbe chiedere, parafrasando un noto detto, se sia nato prima il filosofo o il suo curriculum!
Mi è capitato proprio una cosa del genere, nei mesi scorsi, quando chiesi di entrare a far parte di un sito di studi filosofici gestito da un gruppo di laureati. Di fronte ad un diplomato come me, al netto delle sue idee e del suo scrivere, essi hanno pesato il lordo dei suoi titoli, o meglio, dell’assenza di essi. Me li sono immaginati, dal tipo di risposta che mi hanno dato via etere, come uomini che avessero un’espressione tra il sorpreso e l’incredulo, con quella tipica smorfia, parente del sorriso, di chi si sente convenzionalmente superiore, di chi è titolato ad una certa percentuale di sapere, come recitano gli integratori erboristici nelle loro etichette.
Anche la filosofia sta diventando come uno di quei tanti medicinali dal principio attivo standardizzato? …..Essa serve solo a curare la sintomatologia di ciò che già c’è? …..A rendere sopportabile la vecchiaia come fondamento? …..A negare ogni possibile risveglio, ogni possibile gioventu?
Anche io, come vedete, ho voluto porre delle mie domande preliminari ad una eventuale discussione di tipo filosofico, ma con inevitabile spirito anticonvenzionale. D’altra parte, le mie, sono domande poste alla filosofia in quanto tale e non sarebbe stato certo opportuno chiederle il curriculum prima di porgergliele!
Credetemi, questa è proprio una questione filosofica e di quelle convenzionalmente più serie!

Giuseppe Albano

2 thoughts on “UN FILOSOFO HA BISOGNO DEL CURRICULUM?!

  1. Caro Giuseppe,
    molto semplicemente ti risponderei dicendo che per essere filosofi occorre sicuramente studiare i classici della filosofia (Platone, Aristotele, Kant Hegel in primo luogo). Se poi si riesce a studiare anche i “classici contemporanei” della filosofia (Frege, Russell, Wittgenstein, Quine, Nozick, Kripke, Lewis… Husserl, Heidegger, Gadamer, Ricoeur, Deleuze…) ancora meglio. Non è importante la laurea in sé: si può essere ottimi autodidatti e di alcuni autori si può farsi un’idea anche solo su manuali o monografie, ma almeno con qualche testo classico /classico-contemporaneo occorre confrontarsi a fondo per “farsi le ossa”. Poi certamente la conoscenza della storia della filosofia non basta e occorre anche affrontare uno/alcuni problemi filosofici “in sé”, innamorarsi di un problema e cercare di sviscerarlo a fondo anche proprio ripensandolo con la propria testa dal principio. Anche studiare/praticare la logica può essere molto utile. Tutte cose che nel curriculum possono anche non esserci, ma che si mostrano nella qualità della scrittura e nell’incisività dei testi che si producono (articoli o libri). Se uno pretende di pubblicare un libro per rispondere a un certo problema filosofico (e in filosofia i problemi hanno quasi sempre una lunga storia alle spalle) e ignora completamente quale siano state le principali risposte già date (pubblicate) da altri su quel problema è difficile che riesca a essere preso in considerazione, ed è normale che sia così. In questo senso la filosofia è, almeno in buona parte, una disciplina scientifica come tutte le altre.

    1. Giulio Napoleoni, grazie innanzituto per il commento!

      Il mio breve ed ironico scritto non vuole rappresentare una sottovalutazione della filosofia come scienza o arte – che, come tale, necessita di studi approfonditi – e non vuole neanche fare il verso a quella retorica accusa al sistema accademico che pure antepone i propri criteri selettivi e non sempre cristallini all’autenticità e profondità del pensiero filosofico, esso vuole porre l’accento su quella che si potrebbe definire una deformazione del rapporto burocrazia-studio-cultura che porta perversamente molti individui, anche lontanissimi dagli ambienti accademici, a considerare filosofia o, più in generale, cultura, ciò che è burocraticamente attestato. Non di rado – e non mi riferisco a me perché non ho mai neanche tentato di pubblicare un libro – si volta automaticamente lo sguardo da un’altra parte al cospetto di qualcosa che potrebbe rilucere di grandezza solo perché ci si fa abbagliare, invece, dal fioco sole della “burocrazia”.

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