EMANUELE SEVERINO E LA FILOSOFIA DELL’IMPOTENZA

Anche nel passato più remoto l’uomo tendeva a cadere nella freddezza dell’assoluto, ma ciò gli succedeva quando i sensi si erano troppo affievoliti per gioire della pluralià e discontinuità del mondo; lo faceva, in sostanza, in vecchiaia.
E non tutti i vecchi lo facevano; tra questi vi fu Parmenide che, dopo una sfrenata giovinezza, si rinchiuse, stanco e debole, in quella sfera che costruì attorno a sé con il materiale della sua incipiente inerzia.

Ma siccome, nella nostra epoca, si nasce già vecchi e prostrati, l’assolutismo impotente è una disfunzione che viene sin da giovani.
L’uomo di oggi tende ad assolutizzare, anche solo inconsciamente, il mondo in cui vive e, quindi, anche la società tecnologica, come fosse l’emanazione di un’idea (hegeliana). L’uomo è troppo erroneamente e convenientemente convinto di far parte di una trama e, ogni volta che gli sembra che essa possa ribaltarsi, cade nel nichilismo. E mai, come in quest’epoca, la trama del vivere sociale appare così continuamente in bilico.
I metafisici di oggi, dunque, appaiono più stanchi e rassegnati dei loro predecessori: si chiamano esistenzialisti.
Il più giustamente conosciuto di questi vecchi contemporanei, colui che rappresenta la stanchezza intellettuale per antonomasia, come se portasse perennemente sulle sue spalle la necessità di una risposta che valga per tutto e tutti, si chiama Emanuele Severino.
Egli è convinto di emancipare l’uomo dal suo senso di inadeguatezza conoscitiva, di essere un novello Prometeo, ma, in realtà, non è altro che un titano che si morde perennemente il fegato. Egli è il più esistenzialista tra noi, il più irriducibile tra i paurosi, il più volutamente incapace anche solo di abbozzare problematicamente una domanda sulla promiscuità dell’esistenza. Dell’esistenza stessa egli non vuole saperne. Verso l’esistenza lo smuove solo il suono di quel verbo essere con cui viene indicata!
Di tutti i nichilisti è quello più puro, più irriducibile; colui che rifiuta persino quell’insensatezza del mondo che colpisce i suoi simili. Del mondo che lui definisce solo apparenza, rifiuta ogni problematicità, anche quel senso stesso del nulla!
Severino è un esistenzialista che rifiuta l’esistenza in quanto tale!
La filosofia di Severino, con il suo rifugiarsi nell’essere assoluto, parmenideo, rappresenta un contemporaneo quanto antico tentativo di uscire da quel multiforme e dissimulato nichilismo odierno, ma è solo un modo di ovviare ai sintomi, non un filosofico ed analitico combattere la radice metafisica di quel disagio esistenziale, di quella metafisicità non avendo neanche consapevolezza.
Severino cerca di arginare quella paura stringendosi ancor di più nelle maglie dell’assolutismo, anzi, costruendo attorno a sé e dentro di sé, le pareti di una nuova ed assolutistica inerzia.

Giuseppe Albano

3 thoughts on “EMANUELE SEVERINO E LA FILOSOFIA DELL’IMPOTENZA

  1. La filosofia di Severino, con il suo rifugiarsi nell’essere assoluto, si allontana dall’essere semplice, cioè dall’essere e basta.
    e ciò è filosoficamente corretto …

  2. L’essere assoluto di Severino non è Dio, Cristo o, se si preferisce, l’essenza delle cose. Esso è l’essere Parmenideo che rifugge dall’esperienza, che vede in quest’ultima solo una mera apparenza del primo. Tutto in esso è già scritto, tutto è già eternizzato. Persino questo mio commento contrario al suo “assoluto” ha il suo posto assoluto nel mondo in sé di Severino. Le nostre azioni, paradossalmente, sono devitalizzate, depotenziate, proprio nel momento che le si vuole eternizzare ed ssolutizzare.

    Grazie sempre per il commento!

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