RELATIVITA’: DALLO SCETTICISMO ANTICO ALLA FIDUCIA CONTEMPORANEA

Ernst Cassirer, dal suo saggio “Teoria della relatività di Einstein”; capitolo 3: Il concetto filosofico di verità e la teoria della relatività.

Nel seguente brano dell’opera citata, Ernst Cassirer, noto filosofo neokantiano, mette brillantemente in evidenza come il principio generale della relatività della conoscenza, nel corso dell’evoluzione degli strumenti cognitivi, abbia prima indotto l’uomo ad assumere, in epoca classica, un atteggiamento scettico sulla possibilità di un sapere universalmente valido e, successivamente, tra alti e bassi, portato lo stesso ad assumere quella fiducia nell’assolutezza della conoscenza, propria della scienza contemporanea.
Questo antitetico atteggiamento in merito al principio della relatività della conoscenza, è il frutto di un diverso approccio psicologico e cognitivo alla «verità» e di un opposto criterio su cui fondarla: la vana ricerca di un «in sé», in epoca classica, dietro gli oggetti sensibili e l’apparente relazione formale che li contraddistingueva rispetto all’individuazione, proprio nel formalismo delle leggi, del criterio vero e universale di conoscenza, secondo la concezione della fisica einsteiniana.

“Il principio generale della relatività della conoscenza ha avuto un suo primo compiuto svolgimento sistematico nella storia dello scetticismo antico. Qui, secondo il carattere fondamentale dello scetticismo, ha un significato esclusivamente negativo: indica il limite di principio posto ad ogni conoscenza, attraverso il quale questa rimane, una volta per tutte, tagliata fuori dalla possibilità di cogliere in modo definitivo il vero, in quanto l’assoluto. Fra i «tropi» dello scetticismo, stabiliti per mostrare l’incertezza della conoscenza sensibile e concettuale, al primo posto sta il tropo del prós ti. Per conoscere l’oggetto, il nostro sapere dovrebbe innanzitutto essere capace di coglierlo nel suo puro «in sé» e di separarlo da tutte le determinazioni che riceve soltanto in relazione a noi e in relazione alle altre cose. Ma proprio questa separazione è impossibile, non solo di fatto, ma anche in linea di principio.
Poiché in realtà l’oggetto ci è sempre dato sotto determinate condizioni, non è mai possibile ricavare logicamente ciò che è in se stesso e astrazion fatta da queste condizioni. Così non possiamo mai separare, specie in ciò che comunemente chiamiamo la percezione di una cosa, l’elemento oggettivo della cosa dall’elemento soggettivo della percezione, e contrapporli l’uno all’altro come fattori indipendenti. La forma dell’organizzazione soggettiva entra a far parte come elemento necessario in ogni nostra cosiddetta conoscenza oggettiva di cose e di proprietà. La «cosa», conformemente a ciò, non solo si mostra essa stessa ai diversi sensi come qualcosa di diverso, ma è infinitamente mutevole anche per lo stesso organo di senso, sempre secondo l’istante e le mutevoli condizioni della percezione.
Ogni sua determinatezza dipende, infatti, interamente dai rapporti in cui la cosa ci si presenta. Nessun contenuto ci è dato nell’esperienza, non frammisto ad altri, in una identica determinatezza, ma ciò che ci si presenta è sempre soltanto il confluire generale delle impressioni. Non l’uno o l’altro, il «questo» e il «quello» di una determinata qualità, ma soltanto la relazione reciproca dell’uno all’altro e dell’altro all’uno è l’unica cosa conosciuta, anzi, la sola cosa conoscibile.
La scienza moderna non ha superato le obiezioni che lo scetticismo ha, in tal modo, mosso contro la possibilità del sapere, negandole nel loro contenuto, ma ricavando da esse una conseguenza logica completamente diversa, anzi, opposta. Anche la moderna scienza della natura ammette la risoluzione di tutto ciò che la visione ingenua del mondo prende come «proprietà» fisse e assolute delle cose in un insieme di semplici relazioni.
L’antico tropo scettico, l’argomento del prós ti, è di nuovo davanti a noi in tutta la sua portata. Ma la rinuncia all’assolutezza delle cose non implica più, in nessun modo, la rinuncia all’oggettività della conoscenza. Infatti ciò che è veramente oggettivo per la conoscenza moderna della natura non sono tanto le cose, ma piuttosto le leggi. Di conseguenza, il mutamento degli elementi dell’esperienza, e il fatto che ognuno di essi non sia mai dato in sé, ma sempre soltanto in relazione ad altri, non costituisce alcuna obiezione contro la possibilità di conoscenza oggettiva e reale, solo in quanto sono fissate le leggi di queste stesse relazioni. Si rinuncia alla costanza e alla assolutezza degli elementi, per ottenere l’invariabilità e la necessità delle leggi. Quando ci si è assicurato queste ultime, non c’è bisogno delle prime. All’obiezione dello scetticismo che non possiamo mai conoscere in modo assoluto le proprietà delle cose, ora la scienza così risponde: definisce il concetto di proprietà in modo tale che questo racchiuda in sé il concetto di relazione. Il dubbio viene qui eliminato in quanto è superato. Una volta ammesso che «azzurro» non può significare altro per noi che una relazione con un occhio che vede, che «pesante» non vuol dire nient’altro che un rapporto di accelerazioni reciproche, e che, in generale, ogni «avere» delle proprietà si risolve puramente e completamente in un «rapportarsi» degli elementi dell’esperienza, la nostalgia di cogliere qualità ultime, assolute delle cose su cui, segretamente, si fondava lo scetticismo, perde il suo significato. Lo scetticismo viene rigettato, non indicando una via per un possibile soddisfacimento dei suoi presupposti, ma, penetrando, e perciò stesso rendendo inefficace, il valore dogmatico di tali presupposti.”

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