Nietzsche: sull’etichetta di “profeta del nazismo”

L’etichetta di Nietzsche come «profeta del nazismo» rappresenta l’estremizzazione volgare di una errata e semplicistica interpretazione del suo pensiero che è propria del mondo intellettualistico.
Si tratta di una banalizzazione che la massa, ignara degli scritti del filosofo, ha operato sulla scia di un sentimento di fondo emanante proprio da quella cerchia che avrebbe dovuto sforzarsi per una maggiore comprensione di quel pensiero così «inattuale».
Siamo di fronte, dunque, ad una sorta di banalizzazione della semplificazione!
E’ vero che, con il passare del tempo, ci sono state interpretazioni, da parte dei critici, più «benevoli», come quelle di un Nietzsche «illuminista», «evoluzionista», «socialista» ecc. ecc., ma, in realtà, anche queste ultime hanno palesato solo un tentativo di far rientrare a forza la filosofia di Nietzsche in una determinata categoria allo scopo di rendere accettabile e diversamente interpretabile quell’idea di base che ci si è fatta secondo la quale il pensatore tedesco avrebbe voluto condurre l’uomo alla liberazione della propria istintualità, ad una concezione della vita ai limiti dell’avventurismo.
Persino un maestro come Alfred Hitchcock, in un noto e straordinario film, offre al pubblico una concezione di Nietzsche di questo tipo. Per non parlare di quella miriade di grottesce «sottolineature nitzschiane», in merito a condotte di vita di tipo libertino, che vengono espresse da tanti sedicenti seguaci «popolani» della «volontà di potenza» e dell’«oltreuomo» che, con l’una e con l’altro, non hanno assolutamente nulla a che fare. Una scemenza dello stesso tipo è riscontrabile anche a proposito di un altro grande interprete dell’animo umano, Sigmund Freud.
Abbiamo, così, da un lato, un continuo tentativo di «sistematizzare» il pensiero di Nietzsche, da parte degli intellettuali, alla stregua di come una famiglia si preoccupi di «sistemare» un proprio figliuolo, dall’altra, una visione di fondo del filosofo come liberatore degli istinti, del dionisiaco, che, pur nella sua semplificazione e deformazione, rappresenta comunque qualcosa di più genuino.
A proposito di queste cattive e convenzionali letture, prima ancora che di errate interpretazioni, di Nietzsche, vi propongo di leggere attentamente e con spirito da orafi – proprio come il filosofo esorta a fare con le sue opere – alcuni passi tratti dal paragrafo «Dell’albero sul fianco della montagna» del «Così parlò Zarathustra», dove il pensatore tedesco avverte, in chiave profetica e con altissima poeticità, come quella «liberazione dello spirito» dalle oppressive catene della latente metafisica e della morale corrente, deve e può proficuamente avvenire solo attraverso una purificazione dello spirito che, insozzato da secoli di prigionia, potrebbe essere indotto a liberare in maniera perversa la propria profondità di veduta riducendela e rimpicciolendola ad un angusto e borghese sguardo da «libertino» o da «esistenzialista» che – in entrambi i casi – non può che condurre ad una sostanziale riduzione del senso e della portata di quel mondo stesso che si intende liberare.
Altro, dunque, che «profeta del nazismo», dell’istintualità sfrenata e del «libertinaggio».
Un «creatore», Nietzsche vuole che diventi l’uomo, una «divinità sulla terra» che riesca a proporsi un mondo a sua immagine e somiglianza, a «immedesisimarsi» in una morale conforme alle sue più pure forze e che lo renda protagonista consapevole di una sceneggiatura voluta e desiderata. Una nuova trama, dunque, deve tessere l’uomo intorno a sé e per sé, ma con la sana e salutare consapevolezza di esserne cosciente. Non un mondo ed una vita improntati all’arbitrio e alla incontrollata istintualità e neanche, all’inverso, ad un pensiero omologante, convenzionale ed inconaspevole. E non è stato, il nazismo, proprio l’incontro di queste due aberrazioni?!
Nei passi che propongo, troviamo un «giovane» angustiato – metafora della nuova generazione – che cerca di raggiungere la vetta di una montagna – in senso figurato, la purificazione dalla sterile e omologante promiscuità del mondo -.
Zarathustra gli spiega le ragioni della sua malinconia nonché del suo tormento interpretandoli come effetto di quel «salto vitale» che si accinge a compiere ma che, non bene interpretato, potrebbe indurlo alla perdizione totale come è accaduto a tanti uomini contemporanei i quali, non avendo saputo «sublimare» i propri istinti in una nuova e realmente libera concezione della vita, si sono trasformati nei peggiori nemici e avversari dell’uomo creatore, metaforicamente delineato con i termini romantici di «eroe» e di «nobile».

Da «Così parlò Zarathustra», «Dell’albero sul fianco della montagna»:

…..«Quando sono in alto mi trovo sempre solo. Nessuno parla con me, il gelo della solitudine mi fa tremare. Che cosa cerco lassù in alto?
Come mi vergogno del mio salire e del mio inciampare.
Come schernisco il mio forte ansimare! Come odio il fuggitivo! Come sono stanco quando sono in alto!»
Quì il giovane tacque. E Zarathustra considerò l’albero presso il quale stavano e così parlò:
«Quest’albero se ne sta quì solitario sul fianco del monte; crebbe alto superando l’uomo e l’animale.
E se volesse parlare, non avrebbe nessuno che lo capirebbe: tanto è cresciuto.
Ora attende e attende, – ma che cosa attende? Abita troppo vicino alla dimora delle nubi, aspetta forse la prima folgore?»
Quando Zarathustra ebbe detto ciò, il giovane esclamò con un gesto impetuoso: «Sì, Zarathustra, tu dici la verità. Bramavo il mio tramonto quando volevo spingermi verso l’alto, e tu sei la folgore che io attendevo. Ecco! Chi sono io dacché tu comparisti tra noi? L’invidia per te è quella che mi ha distrutto!» – Così parlò il giovane e pianse amaramente. Ma Zarathustra lo cinse col braccio e lo condusse via con sé.
E quando furono andati per un buon tratto, Zarathustra prese a parlare così:
«Mi strazia il cuore. Meglio di quanto dicano le tue parole, mi dice il mio occhio tutto il pericolo in cui ti trovi.
Ancora non sei libero, tu cerchi ancora la libertà. Logoro e insonne ti ha reso il tuo cecare.
A libere altezze vuoi ascendere, di stelle ha sete la tua anima. Ma anche i tuoi impulsi malvagi hanno sete di libertà.
I tuoi cani selvaggi vogliono essere messi in libertà; abbaiano di piacere nella loro cella, quando il tuo spirito medita di spalancare ogni prigione.
Ancora sei per me un prigioniero che escogita libertà: ah, intelligente diventa l’anima di simili progionieri, ma anche astuta e perfida.
Purificarsi deve ancora il liberato dello spirito.

…..Ah, ho conosciuto uomini nobili che perdettero la loro più alta speranza. E ora calunniavano tutte le speranze alte.
Ora vivevano spavaldamente di bravi piaceri e non ponevano più le loro mete al di là della giornata presente.
“Lo spirito è anche voluttà” – così dicevano. Così spezzarono al loro spirito le ali: ora esso s’aggira strisciando e rosica tutto insozzandolo.
Un tempo essi pensavano di diventare eroi: gaudenti sono ora. Afflizione e orrore è per loro l’eroe.
Ma per il mio amore e per la mia speranza ti scongiuro: non gettar via l’eroe nella tua anima! Considera sacra la tua speranza più alta! –

Così parlò Zarathustra.

Giuseppe Albano

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