Il “verbo” del senso d’appartenenza

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A proposito delle infamie di Parigi e di quando il senso dell’appartenenza si tramuta nella sua forma perversa, per egoismo, individualismo e paura.

Perché gli attentati di Parigi hanno così scosso le nostre anime mentre quelli che, solo pochi giorni prima, si erano verificati in altre zone del mondo per mano della stessa famigerata organizzazione terroristica denominata Isis non le avevano scalfite minimamente? Perché la giusta quanto doverosa indignazione per le vittime francesi ha visto una partecipazione emotiva tanto forte da manifestarsi con l’esposizione, ovunque, di bandiere ed immagini della Francia finanche come rappresentazioni dei profili nei social network mentre, ad esempio, non una sola parola, non un’icona, come testimonianza della propria partecipazione per le vittime curde della barbarie del terrorismo islamico, ma solo una malcelata indifferenza?
A queste domande – che si possono riassumere nella più sintetica: «perché tanta diversità d’approccio agli attentati in Europa rispetto a quelli in altre parti del mondo?» – si possono dare due possibili risposte che non sono, in realtà, alternative tra loro, nel senso che possono essere entrambe vere, ma testimoniano, di una grave e pericolosa ambivalenza di sentimenti di fronte all’ignominia umana e che ha dato nuova prova di sé proprio nella tragedia di Parigi. Da un lato, abbiamo potuto assistere ad un sano principio d’amore, una inevitabile e commossa partecipazione al dolore dei francesi, dei quali ci sentiamo fratelli, per la infamia vissuta, dall’altro, si è palesata contestualmente una forte ipocrisia nel fatto che non siamo riusciti a prescindere dal contesto specifico in cui tale infamia si è verificata.
E’ assolutamente naturale, umano e nobile (guai se si perdesse questa sensibilità) che le tragedie ed il dolore che colpiscono gli uomini a noi vicini siano vissuti con quella passione e forza spirituale che mettono in evidenza quanto sentiamo importante la sacralità della vita umana e che si manifestano, a volte, anche davanti all’uccisione di creature indifese come gli animali. Sempre, a proposito di quest’ultimo aspetto, a chi mi fa notare l’assurdità nel prendersi collera per la morte naturale di animali o per l’abbandono e la violenza da essi subiti mentre, nello stesso tempo, si verifica la morte di milioni di bambini o il loro abbandono, io obietto che se non si provasse pena ed amore per una creatura indifesa come un cane non se ne potrebbe provare neanche per tutti gli esseri umani in difficoltà. L’amore è unico, o lo si prova o non lo si prova. Come si vede, dunque, non ho nulla da eccepire sulle manifestazioni di amore, passione ed indignazione per quello che è accaduto alle innocenti creature di Parigi. Ma, come anticipato, c’è un secondo aspetto che viene alla luce all’interno di questa sentita partecipazione generale alla tragedia francese, ed è figlia della parte meno nobile, per non dire crudele e cinica, che completa il quadro della nostra ancora troppo misera umanità, e molto lontana da quello spirito cristiano al quale indegnamente diciamo di appartenere. Si tratta del fatto di vedere le cose e, soprattutto gli uomini, in quella sinistra ombra che solitamente viene chiamata «senso di appartenenza». Non può bastare come giustificazione, a proposito del diverso stato d’animo con cui vengono vissute tragedie della stessa natura, l’elemento della vicinanza e per converso della lontananza. Non è ammissibile, per entrare nello specifico, che una strage come quella di Parigi abbia indignato molto di più di quella che ci fu, nell’Aprile scorso, in una università cattolica del Kenya dove vennero sgozzati 148 giovani, adducendo come ragione psicologica la circostanza che la Francia è vicina a noi ed il Kenya lontano. Grazie ai moderni, differenziati e numerosissimi mezzi di comunicazione, di ogni fatto che accade sulla terra abbiamo la più lucida rappresentazione pratica e morale. Ammettiamolo! ….è quel perverso senso d’appartenenza che ci ha portato ad essere indignati ed inferociti per la strage di Parigi e praticamente quanto vergognosamente indifferenti per quella in Kenya. In parole più dure e crude, della seconda strage non ci è importato nulla perché si trattava di africani e non di europei!
Una cosa del tutto simile, nella sostanza, perché impregnata di quello stesso senso perverso di appartenenza, è quello che accade ogni anno in una curva della tifoseria juventina quando si commemorano i 39 morti innocenti dell’Heysel, con un senso di partecipazione che suscita i migliori sentimenti negli altri e, forse, anche negli stessi autori della manifestazione . Che quel coro di autentica commozione sia improntato, però, ad un forte e sentito senso identitario piuttosto che ad un legame più profondamente umano a quelle vittime, in quanto esseri umani nella loro «nudità», è dimostrato inequivocabilmente dal fatto che, qualche minuto dopo, quelle stesse persone cominciano ad invocare, come se avessero improvvisamente dimenticato quanto cantato fino a qualche istante prima, la morte di altri esseri umani per il solo fatto che essi appartengono ad un’altra identità. E, sempre da quella curva, in molte occasioni si è persino «inneggiato» alla tragedia di Superga che colpì i calciatori del grande Torino perché «rei» di appartenere ad un’altra fede. E’ doveroso ricordare che comportamenti simili e con la stessa perversa «logica» si verificano nelle curve delle altre squadre. Anche nello sport, dunque, ed in maniera molto esplicativa, si può vedere come i morti colpiscano l’animo umano non in quanto morti, non in quanto esseri umani innocenti e vittime di una ingiustizia, ma in quanto uomini appartenenti alla propria parte.
E’ il concetto di identità, dunque, quello che prevale nell’approccio alle tragedie o malvagità umane e non il senso profondo ed autentico dell’umano
. Non che il senso d’identità non vada bene e che debba essere combattuto; esso, anzi, rappresenta un fatto ineludibile dal momento che si appartiene ad una determinata comunità. Persino gli uomini più cosmopoliti e così poco legati ad una particolare nazione finiscono, comunque, col dire di «appartenere» al genere umano. Si appartiene sempre a qualcosa. E’ la forma ideologica del concetto di appartenenza, quella che lo travisa relegandolo al grado di esclusività, che è stata e sarà sempre alla base proprio di quei crimini che si intende combattere. E’ su quel perverso ed «esclusivo» senso identitario che si sono formati il nazismo ed il fascismo, in Europa, ed il fondamentalismo islamico, in oriente.

E’ proprio questa perversione che si agita in quelle tante persone che, in questi giorni, dopo gli attentati di Parigi, invocano una guerra totale al mondo islamico nella sua generalità, con il massacro di interi popoli, quando solo poco prima si erano così indignati per la strage di anime innocenti.
Come si vede, siamo ancora troppo lontani da quell’autentico senso dell’umano invocato dal Vangelo e da quel comune senso d’appartenenza al tutto e al nulla, davanti alla morte, richiamato da Totò nella sua «’A livella».

Spero vivamente che il mio scritto vi inviti ad una riflessione.

Giuseppe Albano

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