RUSSELL E GLI “ERRORI PSICOLOGICI” DELLA LOGICA

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Voglio offrire una mia suggestione sui criteri fondamentali della logica di Bertrand Russell, basandomi sull’importanza che  il genio inglese attribuiva alla grammatica nell’analisi dei principi filosofici.
Che la architettura grammaticale, con la quale noi ci esprimiamo sul mondo e ci relazioniamo ad esso e agli altri, si basi su quella logica di fondo che struttura il nostro ragionare è una ovvietà, riproponendo l’uomo, in tutte le sue manifestazioni, nient’altro che se stesso. Così come nella psicologia, una qualunque forma di manifestazione può offrire, relativamente ad un soggetto, un’idea sulla sua struttura psichica, portando Freud a dedurre il disegno e il percorso mentale di un uomo finanche in quelle espressioni perverse come le nevrosi. Quello che voglio rimarcare, riportando alcuni passi dell’opera «I principi della matematica», è il fatto che Russell ponga l’accento sulla similitudine tra leggi grammaticali e relazioni logiche allo scopo di meglio evidenziare, finanche, per certi versi, sotto il profilo psichico, quella struttura di fondo che sarebbe alla base del pensiero umano come espressione dell’architettura del mondo stesso, fermo restando, tuttavia, che le proposizioni grammaticali vanno sfrondate di quegli elementi realistici, necessariamente presenti in una costruzione linguistica (la realtà del soggetto della frase e delle sue azioni), e prese in considerazione solo per quella fondamentale struttura relazionale che ne costituisce l’essenza.
La grammatica così, per Russell, ha nell’analisi logica un’importanza pari alla matematica, avendo in comune con questa il fatto di derivare dalla stessa struttura logica fondamentale, differendone invece per l’uso prettamente concettuale, finendo col rappresentare una sorta di espressione primitiva del pensare filosofico.
Nel mondo, in sostanza, esisterebbero dei fatti e delle primarie relazioni tra loro che non potrebbero essere spiegati ulteriormente, rappresentando, così, un qualcosa di atomico, di non riducibile ad altri fatti e relazioni (premesse ancor più elementari). Il pensiero dell’uomo, immesso nel giusto sentiero attraverso opportune interpretazioni logiche, sarebbe l’espressione dell’essenza più intima del mondo. Russell dedicò tutta la sua vita nella ricerca di questa struttura fondamentale e dei principi che la regolano.

Come è possibile ricondurre un nevrotico ad una vita psicologicamente stabile attraverso l’interpretazione psicanalitica delle sue perversioni, così, Russell, per mezzo dell’analisi di quegli equivoci che si sono generati, nel corso del tempo, dall’uso della grammatica, portando ad errati concetti filosofici, come quello di sostanza, intende riportare l’uomo ad una giusta interpretazione logica del mondo.
Emblematico è l’esempio della «relazione differenza» tra due termini.
Nella proposizione, ad esempio, «A differisce da B», il filosofo pone in evidenza il fatto che si è indotti a pensare alla differenza come ad una qualità e non come mera espressione tra i due termini qualitativamente diversi: “A” e “B”. Si tende ad attribuire, erroneamente, la qualità della differenza, presente nella relazione, alla differenza stessa e non ai termini che la esprimono. Questo induce a pensare che esistano tante particolari differenze (infinite) dalle quali inferire l’esistenza della «differenza» come concetto astratto (sostanza) di cui, quelle singole differenze, rappresenterebbero un caso particolare. L’idea filosofica di differenza come sostanza, nascerebbe, insomma, dalla necessità psicologica (e non logica) di ricondurre il tutto ad una unità. Ma, secondo Russell, quell’unità esiste già nella relazione differenza, vista atomicamente come tale e non come esempio di tante possibili differenze.
Nella realtà, dunque, i vari esempi di differenza che noi indichiamo con proposizioni grammaticali non vanno ricondotti all’esistenza di tante possibili qualità di differenza ma, molto più semplicemente, ai tanti termini in cui noi li esprimiamo. Non è la qualità della differenza che cambia, ma la qualità dei soggetti che poniamo nella relazione di differenza.
La relazione di differenza, dunque, è unica e consiste nella relazione stessa di differenza.
Siamo talmente abituati a formulare esempi di un tipo di relazione da pensare che esistano vari tipi di quella relazione stessa; in questo caso, vari tipi di differenze. Da qui la necessità – che ho già definito psicologica – di ricreare una unità del concetto che diventa, in filosofia, quello di sostanza.
Esistono, in realtà, solo tanti termini che differiscono tra loro ma non tante differenze. E come non esistono vari tipi di differenza, così non esiste una differenza in astratto.

Russell dice, a proposito della grammatica come anticipatrice della filosofia:

Secondo me, lo studio della grammatica può illuminare alcune questioni filosofiche molto di più di quanto i filosofi generalmente suppongano.
anche se non si può ammettere senza una precisa disamina critica che una distinzione grammaticale corrisponde ad una effettiva distinzione filosofica, tuttavia l’una costituisce il manifestarsi prima face dell’altra e spesso può venire impiegata molto utilmente come fonte di una nuova scoperta.

Da quì in poi, Russell entra nel merito della questione ponendo in evidenza come i sostantivi, gli aggettivi ed i verbi (le parti importanti del discorso) nascondano la loro reale matrice logica e come la nostra abitudine all’uso del linguaggio e alle conseguenti implicazioni di natura psicologica di cui lo arricchiamo, ci portino, da un lato, a non vedere la vera natura logica che ne è alla base, nascondendo quest’ultima in una sorta di inconscio, e, dall’altro, a formulare concetti approssimativi nel tentativo (psicologico) di ricondurre il tutto ad una unità concettuale, così come un nevrotico cerca di darsi un equilibrio attraverso la malattia.

Il caso più interessante, come da me già accennato, è quello della relazione di differenza:

Salto molti passaggi (rimandando gli appassionati alla loro lettura) per arrivare approssimativamente alla soluzione indicata da Russell:

D’altro canto è chiaro che, anche se le differenze fossero effettivamente diverse l’una dall’altra, dovrebbero comunque avere qualcosa in comune. Il modo più generale in cui due termini possono avere qualcosa in comune consiste nell’avere entrambi la stessa relazione con un termine dato. Quindi se due coppie di termini non possono mai avere la stessa relazione, ne consegue che due termini non potranno avere in comune mai nulla, e di conseguenza le differenze non potranno, in alcun senso definito, essere considerate casi particolari della differenza.

Qui Russell, in pratica, dice, contro coloro che affermano che le differenze sono diverse l’una dall’altra, che se, ad esempio, la relazione differenza «A differisce da B» esprimesse una relazione diversa (un caso particolare diverso) da «C differisce da D», resterebbe comunque il fatto che, trattandosi dello stesso argomento, entrambe avrebbero qualcosa in comune (la differenza stessa). E come si esprime il fatto che due termini abbiano qualcosa in comune se non rapportandoli ad un terzo termine sulla base della stessa relazione (in questo caso di differenza)? …..Ma siccome i sostenitori della diversità tra le varie relazioni di differenza affermano, appunto, che ogni relazione di differenza è diversa dall’altra, quelle due relazioni «A differisce da B» e «C differisce da D» non potranno avere nulla in comune, né la relazione di differenza stessa né qualunque altro tipo di relazione! …..essi devono rinunciare, dunque, alla differenza astratta, alla differenza come sostanza (intesa in chiave aristotelica). In pratica, proprio l’idea che esistano casi particolari di differenza, rientranti nel concetto generale di differenza astratta, esclude quest’ultimo. Questo accade perché, come ho anticipato nel mio scritto, nell’uso della grammatica (del linguaggio) si perdono di vista i reali significati logici delle proposizioni, la vera unità logica del discorso, cercando di reintrodurla in modo alternativo, attraverso perversi concetti filosofici. L’idea della differenza come sostanza, insomma, non è altro che una tautologia, essendo essa posta, inconsciamente, come presupposto a quei casi particolare di differenza di cui essa rappresenterebbe la sintesi filosofica. E, così, Russell può concludere:

Inferisco pertanto, da quel che ho detto, che la relazione affermata tra A e B nella proposizione «A differisce da B» è la relazione generale di differenza, e che è numericamente la stessa di quella che si afferma tra C e D nella proposizione «C differisce da D». Questa teoria deve rimanere valida, per gli stessi motivi, per tutte le altre relazioni. Ne concludiamo che le relazioni non hanno casi particolari, ma sono esattamente le stesse in tutte le proposizioni in cui si trovano.

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