Il grande abisso: l’eterno ritorno dell’uguale

Quella che state per leggere è una mia considerazione sulla domanda circa l’eterno ritorno dell’uguale posta da Nietzsche, in chiave metaforica, ai suoi contemporanei. Il tema è stato proposto dall’articolo che visualizzerete in basso, del quale questa mia considerazione rappresenta solo un commento. E’ doveroso, dunque, leggere anche (e sarebbe meglio prima) la fonte della mia riflessione allo scopo di comprendere bene l’idea, apparentemente paradossale, di Nietzsche e le mie stesse parole.

Il “mito” dell’eterno ritorno dell’uguale avrebbe senso solo se la stessa storia umana (al suo interno) fosse ciclica. Questa domanda, infatti, Nietzsche la può fare solo a quei suoi contemporanei che hanno sviluppato una determinata idea del tempo (della vita stessa, intesa psicologicamente). In sostanza, questa domanda avrebbe senso, ad esempio, per un uomo di qualche millennio prima di Cristo?! ……Se la risposta fosse no, se riconoscessimo che un tale uomo non aveva ancora sviluppato una consapevolezza storica necessaria per intuirne il senso, allora dovremmo concludere che quella domanda implica, come soggetto che la pone, una filosofia figlia di un determinato tempo (o di un determinato ciclo del tempo) che non può se non interrogare se stesso.
Il “mito” dell’eterno ritorno sottintende, insomma, uno sviluppo sociale ed umano – una consapevolezza – che annulla l’eterno ritorno stesso o, quantomeno, quella stessa consapevolezza universale nell’accettarlo.
La domanda di quel “demone”, dunque, è una domanda che l’uomo contemporaneo fa a se stesso. E’ una sua problematica. Essa rappresenta, in realtà, la tragica questione dell’accettazione o meno del suo vivere. E’ una problematica esistenziale dell’oggi travestita da problema metafisico.

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