Mi presento

Sono un filosofo nel senso classico del termine. Non faccio parte di quel conclave del linguaggio in cui, da più di un secolo, si sono chiusi i filosofi, e dal quale non sono riusciti a proclamare alcun papa filosofico.

Mi definisco un filosofo della Ragione, sebbene una tale definizione dovrebbe risultare superflua, essendo l’uomo e la Ragione un tutt’uno, senza contare il fatto che considero l’istinto solo come ciò che occupa il livello più basso nella gerarchia del razionale stesso. Non riesco proprio a capacitarmi del fatto che, soprattutto in quest’epoca, la Ragione venga vista con un tale sospetto e vissuta con così tanta insofferenza da indurre quasi tutti a pensare che, per un uomo, il saltellare in una discoteca come un primitivo, per non dire come un deficiente, debba necessariamente essere più divertente che lo stare fermi a riflettere nel tentativo di individuare una legge alla base della cadenza dei numeri primi! Si è giunti così in là in questa mortificazione della Ragione, a vantaggio degli istinti, da farla apparire come un freno alle vere passioni e persino contraria ai sentimenti più nobili, come l’amore e l’amicizia, quando invece è chiaro che il Bene autentico, come quello che si manifesta nell’aiutare il prossimo in difficoltà, o nel decidere di vivere accanto ad una persona per sempre, deve essere disinteressato, alieno dagli istinti più triviali e fondato sulla più profonda ponderazione. Il ragionare lo si vuole interpretare come sinonimo di utilitarismo, calcolo e persino cinismo, mentre è del tutto chiaro che questi ultimi sono solo maschere razionalistiche al servizio delle pulsioni primordiali. Ho il sospetto, alquanto fondato, che questa glorificazione degli istinti sia funzionale ad una società di mercato che ha tutto l’interesse – ecco, proprio l’interesse! – di coltivare il desiderio più inconsapevole negli uomini, perché quanto più inconsciamente si desidera più si compra!

Giuseppe Albano


IL MIO PENSIERO DI FONDO

L’uomo, proprio in quanto Ragione, rappresenta l’essere per antonomasia. Come affermo nella mia prima opera filosofica, “L’uomo e la sua ombra”, bisogna santificare la duplicità umana – quell’ineludibile dicotomia di soggetto e oggetto alla base del pensare – innalzando l’uomo a vera essenza della vita, ovvero identificandolo con quell’essere autentico che la metafisica ha sempre posto fuori dal mondo fenomenico, in contrapposizione al divenire, e conseguentemente oltre e contro l’uomo stesso. Il Pensiero, tuttavia, pur manifestandosi secondo il rapporto soggettooggetto, non si esaurisce in quella semplice dicotomia, cosa che ci renderebbe simili agli animali, ma necessità dell’alternarsi di quei due momenti opposti nella loro indeterminatezza, cioè come soggettività assoluta e oggettività assoluta; cosicché l’uomo si prefigura come un pendolo che oscilla tra due eternità. Quella duplicità di soggetto e oggetto rinvia pertanto ad una duplicità di livello più alto, e il pensare consiste proprio in questo gioco di rimando. L’uomo è quell’evento primigenio senza il quale la vita non avrebbe avuto alcun senso se è vero, come è vero, che il “senso” stesso, alla stregua di qualsivoglia concetto espresso con il linguaggio, al di fuori della coscienza non esisterebbe. E non esistendo nulla oltre l’esistenza stessa – una tautologia, questa, che necessariamente dobbiamo presupporre se non si vuole cadere in una assurda contraddizione – l’uomo, in quella sua peculiarità di individuo pensante, va visto come l’essere nell’essere. La duplicità umana rappresenta pertanto proprio quella funzione ontologica tanto inseguita dai filosofi di ogni tempo. L’uomo è un salto quantico e non un semplice anello nella lunga catena evolutiva dell’Universo. Semmai, l’uomo, come Prometeo, è colui che ha spezzato quella catena.

Permettetemi il desiderio di difendere legalmente ciò che scrivo, perché ciò che scrivo coincide con la mia stessa anima. Se qualcuno volesse condividere un mio scritto, deve citarne la fonte, cioè me e il mio blog.

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